Strage di Ustica

« Bologna e Ustica, quando il sospetto cadde su Gheddafi – L’ipotesi che “offende le vittime” »
Ustica – Opera di Gheddafi?

I-TIGI

Se chiedi a qualcuno per strada che cosa sia successo all aereo di Ustica, quello nove volte su dieci (e in perfetta buona fede) vi dirà che è stato abbattuto da un missile americano che cercava di colpire un MiG su cui volava Gheddafi.

Invece il Dc9 di Ustica saltò in volo a causa di una bomba che esplose poco prima dell atterraggio a Palermo ed era certamente una bomba araba e anzi, a giudicare dalla procedura identica a quella dell’ aereo della Pan Am di Lockerbie e di un apparecchio francese, libica.

http://it.wikipedia.org/wiki/Volo_Pan_Am_103

http://it.wikipedia.org/wiki/Volo_UTA_772

Ma non lo sapremo mai, perché mentre si scatenò il linciaggio contro ufficiali colpevoli di non aver avallato la verità politica e falsa del missile americano, nessuno allora e più tardi ebbe mai il fegato di indagare su chi aveva messo la bomba.

Anzi, il fisico Frank Taylor, lo stesso che fece la perizia sul volo della Pan Am incastrando i libici che dovettero pagare almeno un risarcimento, quando dimostrò in maniera inoppugnabile fisica e chimica le modalità dell esplosione fu licenziato dal collegio dei periti. Assistetti quasi solo ad una sua lezione di tre ore nellaula magna del Cnr a Roma, dove dimostrò fibra per fibra, frammento per frammento, gli effetti di una bomba dietro la toilette.

Il colonnello dell aeronautica Guglielmo Lippolis, con cui parlai a lungo e che mi spiegò lo stato dei cadaveri da lui trovati affioranti in mare con le bruciature tipiche di una esplosione dall interno (i missili distruggono un aereo polverizzandolo con le schegge) non fu ascoltato su ciò che aveva visto e gli impedirono di parlare.

In compenso quelli del muro di gomma? fecero la parte degli eroi che indagano sulle trame del potere e in realtà finirono per inquinare la verità, coprendosi di miserabile gloria.

Tutto il resto era fumo negli occhi, compresa la dilatazione dei tempi per mettere in relazione il Mig caduto sulla Sila con la triste sorte del DC9 di Ustica.

La menzogna su Ustica fu fabbricata, è dimostrato in atti, dai geni del KGB cui non parve vero di poter scaricare un delitto arabo sulle spalle degli americani, facendo la felicità dei dietristi che vedono sempre la Cia dietro i delitti sovietici e le manipolazioni architettate alla Lubjanca.

Non si può dire oggi che giustizia sia stata realmente fatta perché tuttora la vera tragedia di Ustica non è diventata televisione, cioè coscienza popolare. E poi perché nessuno potrà mai restituire, a chi è stato infangato e diffamato per anni, una vita spezzata per sempre.

(Paolo Guzzanti)

A. Schönberg: Bildung

Dalla prefazione all’ Harmonielehre:

… vi è un giuoco di pazienza in cui bisogna infilare l’ una nell’ altra tre cannucce di metallo di differente diametro che si trovano in una scatola chiusa con un coperchio di vetro.

Si può tentare di risolvere il giuoco con metodo , e ci vuole di solito moltissimo tempo; ma è possibile risolverlo anche diversamente, scuotendo cioè il tutto a piacimento finchè il giuoco non è fatto.

E allora, si tratterà di un caso ?

Sembra un caso, ma io non ci credo: perchè questo «caso» è guidato da un’ idea precisa, dall’ idea che il moto è in grado di provocare da solo ciò che non è possibile provocare con la riflessione.

E non è lo stesso con l’ allievo ?
Cosa ottiene il maestro con il metodo ? Tutt’ al più, se è fortunato, ottiene il moto; ma può anche andargli male e allora ottiene la paralisi completa.

….

Solo il moto produce ciò che potremmo davvero chiamare «educazione» (Bildung), istruzione, insomma cultura.

L’ insegnante che non si appassiona perchè dice solo «quello che sa», pretende troppo poco anche dai suoi allievi. Bisogna che il moto parta da lui stesso e la sua inquietudine deve comunicarsi agli allievi: allora anch’ essi cercheranno come cerca lui, ed egli non sarà solo veicolo di cultura; e questo è bene.

Oggi «cultura» significa infatti sapere di tutto un po’ senza comprendere nulla di nulla.

Ma il significato vero di questa bella parola è diverso e dovrebbe esere sostituito – dal momento che il termine «cultura» oggi designa un fenomeno spregevole – con «educazione» o «istruzione».

Ecco divenir chiaro, allora, che il primo dovere dell’ insegnante è di scuotere ben bene l’ allievo. E quando il tumulto che ne nasce si sarà sedato, tutto allora sarà probabilmente andato al suo giusto posto. Oppure non ci andrà mai !

Arnold Schönberg
Vienna, luglio 1911

Il comunista Bersani

http://www.ilgiornale.it/interni/quando_bersani_difendeva_nucleare/04-06-2011/articolo-id=527192-page=0-comments=1

Referendum, dalle centrali nucleari all’acqua: ecco l’ennesimo voltafaccia di Bersani

Tempi duri per i riformisti: anzi, tempi durissimi. Il «nuovo vento» che spira impetuoso da Milano e da Napoli, e che spinge una parte consistente della sinistra a considerarsi autosufficiente e già vittoriosa, ha mietuto la prima, autorevolissima vittima: il segretario del Partito democratico. Che nel 2008 a Carpi difendeva, giustamente, la privatizzazione parziale dell’acqua e l’anno prima, non meno giustamente, rassicurava il ministro dell’Energia americano sull’intenzione del governo Prodi di non archiviare «i piani nucleari dell’Italia». E che oggi, invece, è schierato (chissà quanto convintamente) per il «sì» ai referendum di giugno.
Il 13 novembre 2007 Bersani, allora ministro dello Sviluppo nel secondo governo Prodi, incontra il ministro dell’Energia americano Samuel Wright Bodman (alla Casa Bianca c’era Bush jr.). Il verbale dell’incontro, cui partecipò anche l’ambasciatore Richard Spogli, è diventato pubblico grazie a WikiLeaks, e ci descrive un Bersani intento a tranquillizzare gli americani sul fatto che «il referendum del 1987 ha soltanto sospeso e non chiuso i piani nucleari dell’Italia» e che – secondo le parole dell’appunto riservato – «Italy is not out of nuclear power generation». A conferma del fatto che le centrali restano nell’orizzonte del governo italiano, Bersani in quell’occasione sigla con Bodman il «Global nuclear energy partnership», un trattato bilaterale Italia-Usa per avviare proficui scambi d’informazioni sull’energia nucleare civile. L’accordo, conclude soddisfatto Bersani, «può giocare un ruolo importante nel modificare l’atteggiamento italiano nei confronti dell’energia nucleare».
Giusto un anno dopo, il 28 settembre 2008, Bersani è a Carpi per sostenere le ragioni della privatizzazione di Aimag, la società che gestisce acqua, gas e rifiuti in una ventina di comuni fra Modena e Mantova. L’argomentazione del futuro segretario del Pd è come sempre pacata, ragionevole, convincente. È vero, dice, che l’acqua è un «bene comune», ma è anche vero che «gli acquedotti italiani perdono metà dell’acqua che trasportano». È dunque ragionevole che le infrastrutture restino di proprietà pubblica, a garanzia degli interessi della collettività, ma è altrettanto ragionevole che queste infrastrutture siano gestite al meglio: «Come faccio – si chiede Bersani – a perdere meno acqua, a depurarla meglio, a investire bene i soldi pubblici? Devo chiamare uno che sa fare quel mestiere lì… È tutto qua il tema!».
Cambiare opinione è legittimo, e per un politico in certi casi è persino doveroso. Ma qui l’impressione del tatticismo, della strumentalizzazione, dell’opportunismo politico è fortissima, perché è l’intera biografia politica e civile di Bersani – e non soltanto i due interventi appena ricordati – a smentire l’oltranzismo ideologico con cui il Pd si appresta ad affrontare due referendum che, oltre tutto, non gli appartengono affatto: quelli, appunto, sull’acqua e sul nucleare. Bersani è uno dei pochissimi uomini di governo, se non l’unico, che ha praticato con successo un’autentica politica di liberalizzazioni; l’Emilia-Romagna da cui proviene, e che ha ben amministrato per anni, trova proprio nelle continue partnership fra pubblico, privato e cooperazione una delle ragioni essenziali della sua ricchezza, della sua efficienza e della sua qualità della vita.
Che cosa è dunque successo? Che nella costruzione della nuova «gioiosa macchina da guerra» che dovrebbe sconfiggere il Cavaliere, il referendum, dopo le amministrative, è diventato un tassello essenziale: il luogo cioè dove simbolicamente si saldano radicalismo, statalismo, fondamentalismo antimoderno e giustizialismo. Che importa se la legge sul legittimo impedimento è stata già stravolta dalla Consulta, se il governo ha già sospeso il programma nucleare, se l’acqua pubblica significa storicamente spreco e lottizzazione: l’importante, adesso, è dare la spallata a Berlusconi. Tutti insieme, appassionatamente. Ma in questo modo sono Vendola e Di Pietro, già rafforzati dalle vittorie di Milano e di Napoli, a guidare nei fatti la coalizione progressista e a delinearne l’identità politica, culturale, programmatica. Davvero Bersani pensa di vincere le elezioni in questo modo?