Rifinire NFS v4

Il lettore Totem di Gnome (mi riferisco a Debian Wheezy) leggeva a scatti da una risorsa montata via NFS 4.

Dall’ output di mount ho trovato:

xxx.yyy.zzz.www:/path/to/smthg on /media/share type nfs4 (rw,relatime,vers=4,rsize=262144,wsize=262144,namlen=255,hard,proto=tcp,port=0,timeo=5,retrans=2,sec=sys,clientaddr=aaa.bbb.ccc.ddd,minorversion=0,local_lock=none,addr=xxx.yyy.zzz)
# la risorsa è montata con i seguenti parametri:
$ cat /etc/fstab
....
xxx.yyy.zzz.www:/path/to/smthg	nfs	defaults,bg,timeo=500

La prima cosa che ho pensato di modificare è stato il parametro rsize: il valore di default era enorme rispetto a quelli che avevo visto di solito:

$ cat /etc/fstab
....
xxx.yyy.zzz.www:/path/to/smthg	nfs	defaults,rsize=32768,bg,timeo=500

Ed ora i video vengono riprodotti da Totem in modo fluido.

Non so il perchè di questo comportamento: dal manuale di nfs trovo sia per rsize che per wsize:

If an rsize value is not specified, or if the specified rsize value is larger than the maximum that either client or server can support, the client and server negotiate the largest rsize value that they can both support.

cioè il sistema cerca di trovare il maggiore valore possibile, mentre io ho dovuto ridurlo.

idmapd

Ultimamente le risorse NFS venivano montate con utente nobody.nogroup.
In /var/log/daemon.log ho trovato
Sep 24 19:51:36 myhostname rpc.idmapd[4319]: nss_getpwnam: name 'root@localdomain' does not map into domain 'MYDOMAIN'
Sep 24 19:51:36 myhostname rpc.idmapd[4319]: nss_getpwnam: name 'username@localdomain' does not map into domain 'MYDOMAIN'

Non era correttamente configurato /etc/idmapd.conf:
mi è bastato decommentare Domain = localdomain
(in generale bisogna fare in modo che Domain coincida tra server e client)

[General]

Verbosity = 0
Pipefs-Directory = /var/lib/nfs/rpc_pipefs
# set your own domain here, if id differs from FQDN minus hostname
Domain = localdomain

[Mapping]

Nobody-User = nobody
Nobody-Group = nogroup

Ovviamente poi ho riavviato i demoni rpcbind e nfs-common.

CIFS over SSH con Winzozz 7

Winzozz

Tanto perchè con winzozz le cose sono più semplici (!), vediamo come creare un’ interfaccia di loopback ed usarla per un tunnel SSH.

L’ interfaccia si aggiunge dal wizard “trova nuovo hardware” (oppure si usa il comando hdwwiz.exe), nella sezione “networking” c’è l’ adapter di loopback.

Poi però bisogna iniziare la configurazione.

Configurazione interfaccia.

  • Si va nella finestra “Centro connessioni di rete” e si apre la finestra delle proprietà del loopback
  • Deselezionare tutto e lasciare attivo solo il TCP/IP 4
  • Impostare il TCP/IP4 con un valore 10.255.255.1/255.255.255.0 ( ?? perchè non il solito 127.0.0.1/8 ?? ), gateway e DNS non sono necessari
  • Nelle impostazioni Avanzate
    1. deselezionare la metrica automatica ed impostare manualmente un valore 9999
    2. nella scheda WINS disabilitare il NetBIOS over TCP
  • Chiudere tutto

Configurazione del driver SMB.

Al boot winzozz si appropria della porta 445 per tutte le interfacce, non lasciando la possibilità di servircene per i nostri scopi: si ricorre allora ad un “rallentamento” dell’ avvio di smb, durante il quale possiamo creare un portproxy che ci fornirà la porta.

  • Aprire una console da Amministratore
  • Bloccare l’ avvio automatico di smb:
    sc config smb start= demand
    notare lo spazio dopo “start= ” !!!
  • Creare il portproxy dalla porta 445 ad una di nostra scelta (i.e. 1234):
    netsh interface portproxy add v4tov4 listenaddress=10.255.255.1 listenport=445
    connectaddress=10.255.255.1 connectport=1234
  • Per verificare il precedente punto:
    netsh interface portproxy show v4tov4
    La regola portproxy è persistente: non viene persa al reboot !

Avvio semi-automatico di smb.

Fin qui è tutto configurato, ma smb non si avvia più in automatico, perchè lo abbiamo disabilitato precedentemente: però è possibile configurare windows per avviare smb al login di un utente.

  • Da “Administrative Tasks” aprire il Task Scheduler
  • Selezionare “Crea un task di base” e dargli un nome a piacere, tipo “avvio di SMB”, e premere Avanti
  • In “trigger” scegliere “al log on”, e premere Avanti
  • In “Action” scegliere “Avviare un programma”, ed inserire:
    c:\windows\system32\net.exe
    con un parametro:
    start smb
  • Finire il wizard
  • Nelle proprietà del task, nella scheda “Generale” clickare il bottone “Run whether user is logged on or not” e selezionare “Do not store password”.
  • Andare nella scheda “Trigger” e impostare “Any user”
  • Per i portatili, andare nella scheda “Conditions” e deselezionare “Start the task only if the computer is on AC power” ( va bene anche per i PC fissi )

Riavvio

Ora tutto è configurato, e si può riavviare per verificare il funzionamento.

  • Per verificare lo stato di smb:
    sc query smb
    dovrebbe mostrare Running.
  • Per verificare lo stato della porta:
    netstat -an | find ":445 "
    ### Risposta: ###
    TCP 10.255.255.1:445 0.0.0.0:0 LISTENING

    Se invece la risposta è 0.0.0.0:445 allora il portproxy non è stato ben configurato.

Rimane solo da creare il tunnel SSH, o con putty o con il più nuovo Tunnelier: come source si deve impostare l’ interfaccia di loopback 10.255.255.1:445 , e poi inserire la destinazione remota.

Ora si può accedere alla risorsa remota: da Start->Run inserire:
\\10.255.255.1\path\to\resource

oppure mappare la risorsa remota.

Ripristinare

Per ritornare alle condizioni iniziali:

  • Ripristinare l’ avvio automatico di smb:
    sc config smb start= auto
  • Rimuovere il portproxy:
    netsh interface portproxy delete v4tov4 listenaddress=10.255.255.1 listenport=445
  • Rimuovere l’ interfaccia di loopback: aprire il pannello di controllo oppure usare il comando devmgmt.msc
  • Rimuovere il task: dai Task Amministrativi cancellare il task prima creato.

Riferimento: http://www.nikhef.nl/~janjust/CifsOverSSH/VistaLoopback.htmlw

Aristide e Franco Tabasso

Vorrei che la Storia venisse scritta per come è davvero, e non per come qualcuno ce la vuole raccontare.
Un caposaldo fondamentale per iniziare a cercare la verità è leggere e capire quali erano i rapporti di forza tra i protagonisti delle vicende relative alla II guerra mondiale: quanti “illustri” (sono sarcastico) storici di molte università in tutto il mondo sparano sentenze trascurando il fondamentale carteggio Churchill-Mussolini ?
La scusa è che il carteggio sia una invenzione per giustificare gli “errori” di Mussolini, e che non è stato trovato proprio perchè non esiste. E questi sarebbero professori universitari ?

Il carteggio è una realtà storica, e il non diffonderlo era l’ interesse di tutti gli anti-fascisti, comunisti e non: al contrario, dal carteggio non può uscire altro che la prova delle colpe di Churchill, doppiogiochista traditore, dei Savoia, dei comunisti.

http://archiviostorico.corriere.it/1996/gennaio/28/Umberto_misteri_del_dossier_co_0_9601281654.shtml

E’ certo che Aristide Tabasso, in possesso della famosa valigia, si reco’ da Umberto II, al Quirinale, a porre al sicuro il carteggio, ed a scrivere la parola fine alla emozionante ricerca. Re Umberto lo accolse (…). Alla consegna era presente l’ ex partigiano dottor Gianni Marini”. Questa dichiarazione la fece il figlio del Tabasso, Franco, nel 1957, spiegando che il padre gli fece promettere, prima di morire, di dire chi aveva il carteggio Mussolini Churchill, e di dirlo quando lui, Aristide, fosse scomparso. Cio’ che appunto Franco Tabasso fece.

Comunque Aristide Tabasso si senti’ in obbligo di costruirsi una prova dell’ avvenuta consegna. Eccola: il 30 gennaio 1951, spedi’ da Verona la raccomandata n. 1619 delle Poste Ferrovia, diretta al Conte di Sarre Umberto di Savoia 34, Avenida Don Carlos Premiers Cascais (Portogallo): “Forse Vostra Maesta’ non potra’ subito ravvisare e ricordare lo scrivente. Ebbi l’ onore di essere ricevuto a Palazzo Reale, per consegnare, ed io volli che tanto avvenisse con le mie mani, un blocco di fascicoli formanti una raccolta di documenti che provenivano da Dongo. Vostra maesta’ si benigno’ di trattenermi circa un’ ora (c’ era anche l’ ex partigiano dottor Gianni Marini) e volle conferirmi la Commenda della Corona d’ Italia. Comandavo allora il Battaglione Mobile della Guardia di P.S., pur provenendo dai Servizi Speciali della Marina.”

“Tanto per essere ravvisato. Scopo della presente e’ quello di pregarla vivamente, nell’ interesse della Casa di V.M., della Storia e di questo travagliato Popolo Italiano, di voler pubblicare quei documenti. “E’ il momento che tutti sappiano la grande verita’ , e non e’ piu’ generoso il grande sacrificio della rinunzia alla pubblicazione di questo materiale. In Italia siamo stanchi di certi andazzi politici, che stanno riducendo una grande Italia ad un feudo di dominio di un gruppo di incoscienti. Questa e’ la preghiera di uno dei tanti italiani che hanno lavorato in silenzio per il bene della Patria e del Re. Ove possibile, gradirei avere una fotografia di V.M. con autografo, per sostituirla a quella che ho in ufficio e che e’ una riproduzione altra. Vostra Maesta’ vorra’ benignarsi di accettare i sensi della mia profonda devozione e dedizione.
Capitano Aristide Tabasso
Via Leoncino 47 Verona”

Un commento del Tabasso, che ha tutta l’ apparenza di riferirsi a questa sua lettera, dice: “Se vi sono personalita’ politiche desiderose di avere particolari, o per lo meno notizie sul carteggio, possono attendere con pazienza. L’ ex Sovrano Umberto II dovra’ pure obbedire alla volonta’ paterna. Non e’ maturo il momento per rendere di dominio pubblico queste grandi verita’ . Cosi’ ha disposto il Sovrano scomparso”.

Descrizione sommaria del carteggio, secondo gli appunti di Aristide Tabasso: la raccolta di documenti pesa circa 40 kg. . qualche cartella riguarda Churchill; . cartelle riguardano Badoglio, Cavagnari, De Vecchi, Grandi, Michele Bianchi, Rommel, la Santa Sede. Entrando nei particolari: . lettera di Churchill dove si definisce la politica di Mussolini “sana, saggia e dotta”; . pareri di Badoglio sulla posizione dell’ Italia nei confronti del conflitto imminente; . parere del SIM che sconsiglia Mussolini da entrare in guerra contro l’ Inghilterra (con 3 tavole: A piano aggressivo; B piano di alleanza; C neutralita’ ); . documenti comprovanti che Vittorio Emanuele III sconsigliava l’ entrata in guerra dell’ Italia; . documenti dell’ ammiraglio Cavagnari sulla situazione della flotta italiana nell’ imminenza della guerra; situazione delle coste, di Malta, del S.IS. Marina, con elenco di ammiragli italiani con mogli di nazionalita’ inglese; . lettere di Vittorio Emanuele III a Mussolini.

Per togliere di mezzo il fascismo sono iniziate le strategie dei complotti, della propaganda di falsità, della dietrologia. Così ci siamo ritrovati in un’ Italia dilaniata tra comunisti aggressivi (Stalin-Togliatti-1968-filocinesi) e anti-fascisti corrotti che pensavano solo a fare soldi credendo di tenere a bada il PCI che invece era sempre all’ opera di nascosto.
I risultati sono quelli che vediamo oggi: nessun ideale, vuoto di cultura, potere alla massoneria finanziaria, e nessuno che abbia l’ autorità morale per muovere un dito.

Gestire manualmente le icone in Gnome Shell

Ho dato solo una veloce occhiata a questo argomento, e a prima vista ho l’ impressione che ci sia una commistione tra il vecchio menu di Gnome e la nuova Shell: infatti nel pannello di destra compare una voce vuota Altro che ritrovo solo nell’ editor “Menu Principale”, piena di elementi disattivati, quindi invisibili. Devo approfondire l’ argomento.

In ogni caso, le icone di Gnome Shell possono risiedere in due posizioni: una globale ed una locale, per un solo utente, e sono rispettivamente

~/.local/share/applications/
/usr/share/applications

quindi se si vuole creare un’ icona disponibile per tutti gli utenti del sistema, la metteremo nel secondo percorso, altrimenti nel primo.

Ecco come si “crea” un’ icona: usando il comando /usr/bin/gnome-desktop-item-edit con l’ opzione –create-new

gnome-desktop-item-edit /path/che/ci/serve --create-new

riempiendo i campi e impostando il file dell’ icona, verrà creato un file “nomeapplicazione.desktop” con alcune opzioni di base. Come visto sopra, basta spostarlo in uno dei due percorsi “applications” e riavviare la sessione di gnome.

Dopo un esperimento involontario ho scoperto che (la documentazione non ne fa alcun cenno) se non si specifica l’ opzione –create-new si crea un lanciatore per la directory specificata: sarà il file .directory che sarà creato proprio nella directory in questione.

Per approfondire:

  1. http://developer.gnome.org/integration-guide/stable/desktop-files.html.en
  2. http://standards.freedesktop.org/desktop-entry-spec/latest/index.html

Tabasso e Longanesi

Copio di sana pianta il post del blog http://andreacarancini.blogspot.it/2012/02/il-giudizio-di-leo-longanesi-e-di.html

Il giudizio di Leo Longanesi e di Franco Tabasso sugli esuli antifascisti

Quando ho letto il (mordace) giudizio di Leo Longanesi sugli esuli antifascisti che sto per proporre, ho avuto un dubbio: quello che forse tale giudizio fosse il frutto di un’idiosincrasia soggettiva. Poi però mi sono ricordato di un analogo giudizio: quello espresso da Franco Tabasso nel suo Su onda 31 Roma non risponde, uno dei libri più censurati del 900 italiano[1], pubblicato – e fulmineamente sequestrato – dieci anni dopo quello di Longanesi. Così li propongo entrambi, come frutto di due fonti indipendenti, che tra loro mi sembra abbiano poche cose in comune a parte, appunto, l’indipendenza di giudizio. E che avvalorano, sia pure da una visuale agli antipodi, il giudizio di una terza fonte indipendente, quella costituita da Amadeo Bordiga quando parlava di “tumore” dell’”antifascismo londrista e atlantico”[2].

Leo Longanesi [3]:

20 novembre [1944]
ll Comitato antifascista che abita nel piano sopra al nostro ha una buona biblioteca, requisita al padrone di casa. Chiediamo di prendere qualche volume, per leggerlo. G. e gli altri mostrano una certa ostilità a questa richiesta, non per timore che non si restituiscano i libri, il che avverrà certamente, ma soprattutto perché temono che noi si legga quei libri ch’essi non leggeranno mai.
L’antifascismo è molto meschino, fatto di queste piccole ostilità, di questi ripicchi. Il clima che si respira qui a Napoli è quello dei collegi e delle sacrestie. La maggiore preoccupazione degli antifascisti è quella di non allargare la propria cerchia, per timore che altri possano dire o fare qualcosa a cui essi non hanno pensato; e custodiscono i loro meschini sogni di vendetta con l’astio e il moralismo delle vecchie zitelle contro le giovani spose.
Quelli giunti dall’America o dall’Inghilterra, dopo anni di esilio, per lo più volontario, sono ritornati con la stessa mentalità con cui partirono, gli stessi principî già invecchiati, gli stessi ordini del giorno in saccoccia, e persino lo stesso cappello. Le loro voci, i loro gesti, quel particolar sussiego di chi ha tanto errato per la libertà testimoniano, anche all’uomo meno scaltro, la loro sfrenata ambizione. Pettegoli e piccoli borghesi, benché ostentino un linguaggio rivoluzionario, e abbiano viaggiato il mondo e vissuto fuori d’Italia per circa venti anni, conservano modi e preconcetti provinciali. Il fascismo, per costoro, è un nemico personale, non un avversario; un nemico da cui sono stati privati per venti anni di potere, di cariche, di privilegi, vent’anni che nessuno potrà ora restituire loro. E il loro moralismo è così meschino e cieco che li priva d’ogni libertà di giudizio; non vedono oltre il naso dei loro piccoli programmi, dei loro brevi opuscoletti, della loro sparuta conventicola, e si comportano come i superstiti di una civiltà perduta, i depositari di un verbo che essi soli conoscono e che non rivelano per paura di far proseliti. Ma quel che essi non sanno, è che parlano lo stesso linguaggio demagogico del fascismo; e quel che essi vogliono costruire in Italia è stato all’incirca fatto dal fascismo, solamente con più violenza e meno metodo.
Se togliete loro la qualifica di « antifascisti » rimarrà ben poco, perché essi vivono in virtù del nemico. L’Italia è qualcosa di astratto che ben poco li interessa, tutto al più un campo di battaglia, che dico, un parlamento, una piazza, una sala da comizi, uno sfondo sul quale rappresentare la grande commedia democratica che stanno preparando da anni. Non li vedrete mai interessarsi a un preciso problema, economico o politico, non li vedrete perder tempo a segnarsi un appunto su una delle tante penose e insolute questioni del popolo napoletano; passano fra le rovine di questa città, nelle vie tristi e sudice, fra putridi mucchi d’immondizie, bimbi scalzi e denutriti, donne e uomini fradici di miseria e di malattie, passano senza volgersi, con le loro carte sotto il braccio in fretta, senza perdere un attimo. Nulla li interessa; quel ch’essi vi diranno, se li interrogate, è che il fascismo è colpevole di tutto. Inutile contraddirli; trent’anni fa, la miseria qui era colore locale, sano, allegro, variopinto colore napoletano, spunti per le curiosità partenopee del senatore Croce; oggi, quella stessa disperata miseria è frutto del fascismo.

Franco Tabasso [4]:
Durante il secondo conflitto mondiale, gli italiani hanno avuto soprattutto paura dei bombardamenti indiscriminati anglo-americani. Fa più paura colui che uccide a sangue freddo, di colui che ammazza nell’ira.
Ma sorvoliamo.
L’Italia non prese in esame la pace separata offerta dall’Inghilterra all’inizio del 1943 perché alcuni uomini vi si opposero.
Si trattava di quegli uomini che, secondo loro, avevano tanto lottato per la Patria oppressa, diventando rauchi ai microfoni della BBC, o di Washington, o di Mosca o di Praga.
Avevano versato fiumi d’inchiostro in tutte le lingue, per aprirsi il varco verso il Quirinale, il Viminale, Montecitorio e Palazzo Madama.
Mussolini li aveva allontanati.
Essi dovevano tornare a cavallo della propagandata libertà.
L’Inghilterra li aveva incoraggiati e aiutati in questa rivendicazione per vincere la nostra resistenza militare.
Ma la resistenza dell’Italia cadeva come spada di Damocle sulla lungimiranza di Churchill. Lo statista inglese voleva Mussolini umiliato e vinto, ma non distrutto. L’eterogenea combinazione della quinta colonna italiana voleva Mussolini distrutto!
(…)
Si voleva dare il governo al patriarca del Kremlino nell’impossibile sogno dell’imperialismo sovietico.
Si voleva dare il governo agli americani nella impossibile speranza di aggregarsi al Texas e al Minnesota, aggiungendo qualche stella alla bandiera del dollaro.
Ma soprattutto si voleva dare il governo a se stessi.
Questa è la verità. Non è polemica. È realtà.
Gli uomini della « libertà », oggi, governano l’Italia! Ad ogni costo.

[1] http://andreacarancini.blogspot.com/2010/06/messaggio-in-bottiglia-per-gli-eredi-di.html
[2] Il giudizio in questione venne espresso nell’articolo Borghesia italiana fellona. In rete: http://www.quinterna.org/archivio/filitempo/009_1949_borfellona.htm
[3] Da Parliamo dell’elefante, Milano, 1947, pp. 187-190.
[4] Da Su onda 31 Roma non risponde, Città di Castello/Taranto, 1957, p. 251.

Rai Tre La Grande Storia – Venerdì 6 luglio 2012

Rai Tre La Grande Storia – Venerdì 6 luglio 2012.
Attratto dalle belle immagini che usualmente questi documentari ci mostrano, ho visto un lungo spezzone del documentario in oggetto: non ho potuto finire di vederlo perchè mi ha nauseato.

La narrazione è a dir poco “sconcia” per la qualità dei ragionamenti: mai una deduzione, ma solo preconcetti, montati ad arte come sa fare solo un mistificatore della verità tipo michele santoro o marco travaglio (volutamente con le lettere minuscole).
E il tono alla “rieducational channel” di Corrado Guzzanti, o ancora le musichette canzonatorie sulle immagini dei fascisti.

Lo stile di porre avanti la conclusione, spesso volutamente falsa, e raggiungerla con ragionamenti artefatti è nello stile di Denis Mack Smith, di cui ho un libro che non ho finito di leggere proprio per questo motivo: ragionamenti capziosi ed artefatti.

Non sono ancora chiari i motivi e gli autori degli eventi storici dal 1919 ad oggi, e si vuole dare un giudizio storico negativo a priori: è soltanto una greve e squallida propaganda, a cui non mi abituerò mai.

Scampi alla buzara

 

Prima ricetta:

Ingredienti per 4 persone

scampi grossi 20
cipolla 1
aglio 2 spicchi
olio extravergine di oliva 4 cucchiai
vino bianco secco 1⁄2 bicchiere
pomodori a fiaschetta 2
sale qb
pepe qb

Procedimento

  1. Portate a ebollizione dell’acqua in una pentola. Tuffatevi i pomodori e fateli cuocere per 5 minuti. Scolateli, privateli della pelle, tagliateli a dadini e teneteli da parte.
  2. Mondate e tritate la cipolla e l’aglio, metteteli in una capiente padella antiaderente con l’olio e fateli rosolare per 5 minuti sino a quando diventano leggermente dorati.
  3.  Nel frattempo lavate sotto l’acqua corrente gli scampi, asciugateli, adagiateli nella padella, salateli leggermente, copriteli con un coperchio e fateli cuocere per 3 minuti a fuoco basso. Togliete il coperchio, prelevate gli scampi e metteteli da parte.
  4.  Aggiungete al liquido di cottura il vino e, dopo aver alzato la fiamma, fatelo evaporare quasi completamente prima di aggiungere il pomodoro a pezzetti. Salate con moderazione e proseguite la cottura a fuoco dolcissimo per 20 minuti da quando la salsa inizia a bollire. Trascorso questo tempo, aggiungete alcuni cucchiai d’acqua tiepida, rimettete gli scampi nel tegame, copriteli con il coperchio e proseguite la cottura per 7 minuti.
  5.  Prima di servire insaporite con abbondante pepe nero.

Vino da abbinare
Malvasia
Note / consigli
La ricetta, di origini fiumane e quarnerine, è ormai diventata triestina a tutti gli effetti. Lo scampo per alcuni è una sorta di riduzione in scala dell’astice, cui somiglia per le lunghe antenne, la sezione del corpo quasi rotonda, le chele bene sviluppate. Uno scampo però raggiunge al massimo una lunghezza di quindici centimetri, chele e antenne escluse.
Caratteristiche
Tempo di preparazione 60 minuti
Portata secondi di pesce ;
Origine Italia
Stagionalità primavera estate autunno inverno
Tipo di preparazione in padella

 

Seconda ricetta:

Ingredienti
quattro cucchiai di olio d’oliva
il trito di una cipolla e di due spicchi d’aglio
sedici scampi grossi
una tazza di pomodori fiaschetta pelati e sminuzzati
mezzo bicchiere di vino bianco secco
sale e pepe

Rosolate nell’olio il trito di cipolla e di aglio sino a quando non abbia assunto un leggero colore dorato, quindi ada¬giatevi gli scampi, salate leggermente e coprite.
Dopo tre minuti o poco più di cottura a fuoco piuttosto basso, togliete il coperchio e sgocciolate gli scampi tenendoli da parte.
Nella casseruola sarà rimasto il liquido che hanno rilasciato:
versatevi il vino e, dopo aver alzato la fiamma, fatelo evaporare quasi completamente prima di aggiungere il pomodoro. Salate con molta moderazione e proseguite la cottura a fuoco dolcissimo contando venti minuti da quando la salsa inizia a bollire.
Trascorso questo tempo, allungate con un sorso d’acqua e rimettete gli scampi nel tegame. Altri sette minuti di cot¬tura a recipiente coperto dovrebbero essere più che suf¬ficienti: bisogna infatti evitare che le polpe degli scampi, cuocendo troppo a lungo, diventino stoppose.
Prima di servire macinate nella preparazione abbondante pepe nero.
Il pepe può essere sostituito dal peperoncino, se piace, ma in questo caso bisognerà aggiungerlo assieme ai pomodori. Evitate di usarli contemporaneamente.

Origini
La preparazione, che ha origini fiumane o dalmate, è giunta a Trieste soltanto nel secondo dopoguerra venendovi quasi subito assimilata.
Il piatto ha trovato qui una sua seconda patria, tanto che per i triestini di oggi la parola “scampo” evoca automaticamente la busara e viceversa. E pensare che, ancora nel 1969, il vocabolo era registrato in questo modo nel NUOVO DIZIONARIO DEL DIALETTO TRIESTINO di Gianni Pinguentini: < Buzara – buggera, svarione, bazzecola, inganno, imbroglio sempre al figurato >. E poi chiaramente si precisava:
< Buzara de scampi – a Fiume – modo di cuci¬nare i saporiti crostacei >. Il piatto, quindi, non aveva ancora messo radici nella nostra città.
Sul significato del termine busara si è dibattuto sin troppo: c’è chi sostiene che esso indicava un tempo una pentola in coccio o in ferro usata In Dalmazia dai pescatori e dai marinai per cuocere i pasti di bordo. Si tratta di una versione raccolta presso alcuni ristoratori, i quali però non sanno né citarne le fonti né tanto meno fornire prove documentarie che confermino tale ipotesi. Appare molto più attendibile quella di Mario Doria, che nel suo GRANDE DIZIONARIO DEL DIALETTO TRIESTINO rileva come busara nel nostro dialetto significhi “imbroglio”, “fregatura”. Il passaggio semantico da “imbroglio” a “intruglio” sarebbe stato molto facile, come nel caso significativo di pastroc = pastrocchio.

Degna di nota ma meno convincente la versione di Predrag Matvejevic, insigne romanista dell’università di Zagabria e professore alla Sorbona, che nel suo BREVIARIO MEDITERRANEO formula l’ipotesi che busara o buzara derivi dalla voce dialettale italiana buzzo, ossia “stomaco.

Evoluzione
Gli scampi a la busara, pur se di recentissima assimilazione, hanno già dato origine a delle interpretazioni nostrane, da cui sono a loro volta scaturite diverse varianti.

Tipicità
L’entusiasmo con cui il piatto è stato accolto a Trieste e la preferenza addirittura accanita che vi si accorda consentono di includere ormai gli scampi a la busara tra le preparazioni tipiche nostrane, anche perché nelle località d’origine il piatto è oggi preparato soprattutto nelle poche residue famiglie appartenenti al gruppo etnico italiano e da alcuni ristoratori. Questi ultimi, poi, non nascondono di essere stimolati a inserire nella loro lista gli scampi a la busara proprio dall’esigenza di accontentare i numerosi clienti italiani, primi tra tutti “come sempre quando c’è da butar strambo= sgarrare con le libagioni;-))” i triestini.

Diffusione
Il piatto inizia a diffondersi anche altrove mante¬nendo invariato il nome, ma viene quasi sempre indebitamente compreso tra le specialità venezia¬ne, come nel caso di altri piatti tipici triestini, friu¬lani, istriani e dalmati.

Importare risorse in Eclipse

Per importare risorse in Eclipse ci sono vari modi, a seconda di dove si vuole posizionare la risorsa nel filesystem.

Il mio modo preferito è quello di creare una directory in src e metterci dentro le varie risorse, quali icone, immagini, file audio, ecc…
Ovviamente ciò si può fare sia creando manualmente la directory, sia importando risorse in src e indicando la nuova directory.

Nel codice, si accede alla risorsa con un comando simile a questo:

// dal package java.lang.Object -> java.lang.Class<T>
// public URL getResource(String name)
myClass.class.getResource("/res/icona_32x32.png);

Vedere http://lj4newbies.blogspot.it/2008/03/using-classgetresource-load-resource.html