Luttwak: “Monti non ha capito niente”

Luttwak attacca Monti: “Non ha capito niente.”. E l’Europa nasconde il rapporto del FMI

Lo ha sottolineato il noto politologo ed economista americano Edward Luttwak: i paesi che hanno fatto della politica economica di austerità il loro baluardo non hanno fatto altro che impedirne la crescita. L’attacco, riferito naturalmente all’Italia, è arrivato durante la puntata di Ballarò del 13 ottobre 2012 ed era rivolto naturalmente a chi ha portato avanti questo tipo di politiche: Mario Monti e Pierferdinando Casini presente in studio quella sera.

Luttwak però non parla mai senza avere dati alla mano e in quella occasione sottolineò che tutto questo era stato affermato anche durante la riunione di Tokyo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) secondo cui “i paesi che hanno ridotto il deficit agendo sulla spesa pubblica non hanno avuto alcun aumento della disoccupazione mentre chi ha lo ha ridotto aumentando le tasse ( tra questi l’Italia ndr) non hanno fatto altro che strangolare l’economia”.

IL FISCAL DRAG E L’AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE E DEL DEBITO PUBBLICO

Il sistema economico messo in atto da Mario Monti si chiama Fiscal Drag. Cosa ha prodotto in Italia lo andiamo a vedere subito. Aumentare tasse come l’Irpef e l’Irap e introdurre l’Imu anche sulla prima casa non ha portato niente di buono.

In termini di disoccupazione certo che no visto che a dicembre 2012 la percentuale dei disoccupati era salita alla percentuale dell’11,2%. A novembre 2011 quando Monti è salito al Quirinale per accettare l’incarico di premier italiano il numero di persone che non lavoravano era pari all’8,6% della popolazione italiana maggiorenne. Un aumento di percentuale del 2,6% che le tasse di Monti non hanno certo potuto evitare.

Parliamo invece di debito pubblico. Nel dicembre del 2012 è aumentato vertiginosamente salendo fino alla soglia dei duemila miliardi di euro arrivando alla storica percentuale del 126% del Pil. Nel novembre 2011 era a quota 1900 miliardi di euro. Cosa è accaduto quindi nell’ultimo anno? Che le cifre sono continuate a salire nonostante gli interventi “ lacrime e sangue” del Governo presieduto da Mario Monti.

Tutte cifre che avvalorano la teoria dell’economista statunitense che alla presenza di Casini ha attaccato intonando queste parole: “Perché mentre i giornali di mezzo mondo hanno pubblicato con entusiasmo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario internazionale in Europa nessuno ne ha dato notizia?”

La risposta che noi proviamo a dare sembrerebbe semplice: a Tokyo è stata completamente bocciata la linea di condotta voluta dalla Germania e seguita dall’Italia basata sull’austerità. Questa teoria tuttavia ha bisogno di riscontri che proveremo a dare nei prossimi paragrafi.

RAPPORTO FMI: NO ALL’AUSTERITÀ PER IL CONTROLLO DEL DEBITO PUBBLICO

Il nostro Luttwak si chiedeva come mai all’ultimo rapporto venisse dato così poco spazio. Possiamo ora confermare che nel documento pubblicato nello scorso ottobre e riportato dai colleghi de Linkiesta si puntava il dito contro le politiche di austerità nate per ridurre o quantomeno controllare il debito pubblico.

Tagli e aumenti delle tasse infatti hanno portato a una recessione imprevista come quella riguardante i numeri italiani che abbiamo poc’anzi elencato. Secondo il rapporto del Fondo Monetario continuando con questo tipo di strategia si potrebbe andare anche incontro ad una crisi economica peggiore di quella scoppiata nel 2008. Tra gli effetti peggiori dell’austerità è che quest’ultima possa essere utilizzata come baluardo per giustificare altri interventi fallimentari sul sistema economico italiano e internazionale. Tra questi la privatizzazione di servizi pubblici e il taglio dei conti dei benefici. I paesi dove il debito pubblico è cresciuto di più negli ultimi anni sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ma certamente anche l’Italia di Monti ha risentito di questa politica basata su tasse e austerità.

DEBITO PUBBLICO IN PICCHIATA: L’FMI E LA STRADA ALTERNATIVA DEL “THE CHICAGO PLAN REVISITED”.

Esiste secondo l’Fmi un piano alternativo a quello dell’austerità ed è stato studiato da Henry Simons della Chigaco University e Irvin Fisher nel bel mezzo degli anni trenta. Un piano nato dalla necessità di venir fuori dalla grande depressione economica del 1929 e si chiamava “The Chicago Plan”. Ora però è stato ripreso dagli economisti del Fmi e chiamato “The Chicago Plan Revisited”.

Consiste nel cancellare il 100% del debito e rimpiazzare il sistema dove il denaro è stato creato dalle banche private con denaro creato dallo Stato. Un sistema dove i prestatori vengono forzati ad avere il 100% di riserve dietro i depositi e i prestiti e perdono il privilegio di creare denaro dal niente. Così facendo le nazioni sovrane riguadagnerebbero il controllo sulla disponibilità di denaro in giro e si ridurrebbero così i cicli di espansione e contrazione del credito.

Un sistema che non farebbe certo gli interessi delle banche alle quali la Germania e l’Italia di Mario Monti devono dar conto quando gestiscono la cosa pubblica perché indebolirebbe proprio il potere dei grandi istituti di credito. Per questo come ricordava Luttwak l’Europa non ha enfatizzato la notizia del rapporto del fondo monetario internazionale.

COSA AVVIENE OGGI: DENARO CREATO DALLE BANCHE ATTRAVERSO I PRESTITI

luttwak_contro_montiCome è invece strutturato il sistema bancario oggi nel mondo? Il denaro viene creato al 95-97% dalle banche private attraverso i prestiti.

Quando un istituto di credito fa un’operazione di questo tipo annota il credito e nel suo bilancio la passività corrispondente. Di quel prestito che la banca fa ne possiede soltanto una piccola quantità di denaro. Il resto o lo ottiene da un altro istituto oppure si rivolge alla banca centrale che crea denaro dal nulla in base alle richieste dei singoli istituti.

In un sistema a riserva frazionale a ogni denaro creato dal nulla corrisponde un debito equivalente che produce un aumento esponenziale del debito fino al punto che il sistema collassa su se stesso.

Nella teoria degli economisti del Fmi la situazione invece andrebbe capovolta. Una chiave di volta è fornita dalla separazione fra la quantità di denaro e la quantità di credito, ossia fra la creazione della moneta e i crediti.

Come dovrebbero essere finanziati i prestiti? Non da denaro creato appositamente per l’occasione ma da riserve che si tradurrebbero in guadagni accantonati nel tempo.

E il ruolo delle banche? Sarebbe ridotto a semplici intermediari che devono procurarsi all’esterno i fondi per fare prestiti. Il loro potere sarebbe diminuito nel fatto che non potrebbero creare nuovi depositi dal nulla e generare i loro finanziamenti attraverso i prestiti.

E questo è un altro motivo per cui si tiene nascosta in Europa questa relazione: perché sono le banche a chiederlo. Qualora un sistema del genere dovesse essere quantomeno preso in considerazione da qualche Stato perderebbero la maggior parte del loro potere. Per questo chiedono agli Stati di continuare a pressare i loro cittadini di tasse e tributi.

Con questo piano infatti lo Stato non sarebbe più debitore ma creditore. In termini economici potrebbe acquistare il debito privato che verrebbe successivamente cancellato.

PIANO BOCCIATO ANCHE DAGLI STATI UNITI DI ALLORA

Nonostante 235 economisti americani caldeggiarono tutto questo il Chicago plan non divenne mai legge. In seguito fu osteggiato anche dal liberista Friedman e da Tobin che creò invece il piano del “Tobin tax” del 1985. Tra coloro che lo osteggiarono anche Keynes che lo definì troppo “statalista”.

Un Chicago plan che viene riesumato oggi ma che anche allora non fu approvato per la fortissima resistenza del settore bancario.

Le stesse che oggi si ribellano davanti agli obblighi di riserva del 4-6% imposti dalle regole di Basilea III che risultano comunque non sufficienti per affrontare una crisi. Le stesse che davanti al nuovo Chicago plan sostengono l’inutilità di questo sistema perché “vorrebbe dire cambiare la natura del capitalismo occidentale”.

PERCHÈ SI TACE? PER SALVAGUARDARE GLI INTERESSI DELLE BANCHE

Il sistema sarebbe certamente meno rischioso ma potrebbe portare a una risoluzione della crisi non diciamo immediata ma di sicuro più efficace di quella basata sulle tasse e sull’austerità tanto criticate dal fondo monetario internazionale.

Perché è quasi sconosciuto alle masse e poco pubblicizzato? Ora tentiamo di dare una nuova risposta: si trova un’alternativa alla soluzione delle banche e dell’austerità voluta dai governi europei con una via d’uscita possibile. Che però questa volta non danneggia cittadini senza lavoro i quali difficilmente arrivano a fine mese ma riduce il potere di chi ora ci governa: le banche e il Bilderberg (che altro non è che un’associazione segreta comandata da banchieri). E allora che si fa? Censurare l’alternativa e continuare a deprimere i popoli con le tasse. E questo Luttwak lo sa bene e tentava di farlo capire a Ballarò anche ai cittadini inconsapevoli che vengono tenuti arbitrariamente all’oscuro di tutto questo.

http://www.infiltrato.it/notizie/italia/elezioni-luttwak-attacca-monti-non-ha-capito-niente–e-l-europa-nasconde-il-rapporto-del-fmi

fstab

il file /etc/fstab è formato da alcuni campi:

  • il primo è <file system>: indica quale partizione si vuole montare. Si può usare il nome dato dal kernel (come /dev/sda3), oppure una label (cosa che non mi piace) o lo UUID (per trovare lo UUID si dà il comando blkid).
  • poi in <mount point> si indica la directory su cui montare la partizione indicata.
  • quindi in <type> si indica il filesystem (ad esempio ext3).
  • il successivo campo sono le opzioni. vedere il manuale del filesystem per una configurazione fine. si può impostare defaults nella maggioranza dei casi.
  • il campo <dump> serve per impostare il backup con l’ obsoleto dump. Si mette 0 per negare il backup, 1 per consentirlo.
  • il campo <pass> dice a fsck se eseguire il controllo sulla partizione. Il valore 1 è per partizioni ad alta priorità (come /, oppure /sbin), il 2 per quelle a bassa priorità. Il valore 0 inibisce fsck sulla partizione.

per approfondimenti: https://wiki.archlinux.org/index.php/Fstab

Pertini

tratto da: http://ritornoallatradizione.blogspot.it/2011/05/pertini-piccolo-uomo-grande-impostore.html

PERTINI: PICCOLO UOMO, GRANDE IMPOSTORE

Nella “repubblica nata dai valori della resistenza” è consuetudine più che consolidata considerare uomo retto, ammirevole e addirittura eroico chiunque si sia dichiarato contrario al governo mussoliniano. In questo Paese l’antifascismo è condizione necessaria e sufficiente per un riconoscimento, per un attestato di stima. Un dato che la dice lunga sulla consistenza della cultura e della politica impregnate dai valori della resistenza, (che poi non si è mai capito quali siano). Non hai nulla da dire o da proporre? Non importa; conta solo essere antifascista, demolire e non costruire.
E’ il caso di Sandro Pertini, un “eroe della resistenza”, praticamente un santo in terra nell’Italia del secondo dopoguerra. L’hanno definito addirittura “il Presidente di tutti gli italiani”.

Signori, per favore, siamo seri! Non dico sempre, ma almeno una volta tanto. Non magnifichiamo qualcuno che non ha avuto meriti particolari, se non l’astuzia di cavalcare la cresta dell’onda antifascista.
Chi era infatti costui? Le cronache della sua gioventù lo descrivono come un attivista, un agitatore sociale sempre pronto ad alimentare il fuoco dell’odio politico e di classe, in un’epoca già piuttosto violenta di suo, (mi riferisco in particolare al “Biennio Rosso”). Vedere per credere!
Nel 1924 fu condannato alla pena detentiva per stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, fattispecie previste dal codice Zanardelli, (codice sabaudo, non fascista, che verrà modificato da Mussolini solo dal dicembre 1925). Non contento della condanna ricevuta, continuò la sua attività, sino a guadagnarsi il confino previsto dalle “leggi fascistissime”. Esiliato, rientrerà in Italia: nuovo processo e nuova condanna. Alla difesa in Tribunale, preferì dare spettacolo rifiutando le lettere della madre, scritte in sua difesa.
Ma è dopo il carcere che Pertini diede il “meglio” di sé.
Partecipò alla resistenza, raggiungendo i vertici del C.L.N. . Alla testa dei suoi uomini provocò un’orgia di sangue: condanne capitali,(più di quelle comminate a seguito della reintroduzione della pena di morte durante il Fascismo), esecuzioni sommarie ed eccidi.
Non va dimenticata poi via Rasella, che Pertini non fece nulla per evitare. Su quei fatti disse: « Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L’azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L’ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza. Il nemico doveva essere colpito dovunque si trovava. Questa era la legge della guerra partigiana. Perciò fui d’accordo, a posteriori, con la decisione che era partita da Giorgio Amendola» . Insomma, che importa se si trattavano di poliziotti tornati da un addestramento e, come tali, probabilmente male armati, se non completamente disarmati. L’importante era uccidere, sterminare.
Come se non bastasse, conferì a Bentivegna, (autore materiale dell’attentato), la medaglia d’oro al valor militare.
L’atrocità, l’idiozia e l’assurdità della scelta è sottolineata dalla reazione che provocò in Giuseppe Palumbo, generale della Folgore, rimasto fedele al Re dopo l’8 settembre. Quando seppe della consegna della medaglia a Bentivegna, Palumbo restituì al presidente tutte le sue medaglie (ed erano parecchie). Evidentemente, essere accomunato a certi criminali lo offendeva…
Nel curriculum di Pertini, però, alle atrocità d’armi si uniscono quelle civili. Appena eletto Presidente, nel 1978, “concesse la grazia a quel Mario Toffanin, nome di battaglia «Giacca», che nel 1954 la Corte di Assise di Lucca condannò all’ergastolo (in contumacia, perché Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia). Quel Toffanin che da capo partigiano della Brigata Osoppo si era aggregato, dandogli manforte, al IX Corpus titino responsabile delle foibe e che fu protagonista della strage di Porzûs. E che oltre all’ergastolo per i fatti di Porzûs avrebbe dovuto scontare anche trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato. Un criminale fatto e finito, dunque, al quale lo Stato, grazie alla famigerata «legge Mosca», elargiva persino la pensione”[1].
Ciò che crea più sdegno, tuttavia, è senz’altro la vicenda legate alle Foibe. Il silenzio di Pertini fu vergognoso e connivente. Mentre migliaia di Italiani cadevano, vittime della ferocia comunista, lui contribuiva a sostenere il muro dell’omertà e la congiura del silenzio. E dire che, (come denunciato più volte dall’encomiabile prof. Marco Pirina), il governo di quegli anni, oltre a ricevere Tito a Roma, pagava addirittura milioni di lire perché la Jugoslavia trattenesse nelle sue galere i nostri prigionieri. Addirittura, lo Stato Italiano eroga tutt’oggi la pensione, con reversibilità del 100%, agli esecutori materiali degli “infoibamenti”.
Come mai Pertini, (né alcuno di quelli che l’hanno preceduto), non disse nulla di tutto ciò? Semplice: era un socialista di sinistra ed un acceso antifascista; evidentemente condivideva l’operato slavo. Ipotesi che viene avvalorata da ciò che Pertini fu capace di fare durante il funerale del Maresciallo Tito: partecipare in maniera assolutamente commossa, baciando il feretro del boia di migliaia di veri Italiani e la bandiera slava, sotto la quale essi erano stati massacrati.
UNA VERGOGNA INFINITA!
In molti lo ricordano per il Mundial 1982 e per la sua partita a scopa con Bearzot. Spero che almeno abbia vinto quella partita: sarebbe l’unica cosa degna della sua vita!
Prima di lasciarvi, vi allego un articolo tratto da “La stanza di Montanelli”. Lo ritengo un’autentica chicca che dimostra, ancora una volta, l’assoluta faziosità e la leggerezza con cui si insegna la storia in Italia. Buona lettura.
Roberto Marzola.

LA STANZA DI MONTANELLI

Pertini? Sono altri i grandi d’ Italia

Caro Montanelli, Rilevo con disappunto come la figura di Sandro Pertini sia stata rimossa dalla memoria degli italiani e dei loro degni rappresentanti politici. Solo il Corriere, se non sbaglio, gli ha dedicato ultimamente un servizio su Sette. Perche’ tutto ciò? Vorrei da lei inoltre un giudizio su quest’uomo che personalmente stimo degno di ben altra considerazione. Fabio Mazzacane, Pistoia
Caro Mazzacane, Lei ha bussato alla porta sbagliata. Dalla memoria degl’italiani sono stati rimossi gli Einaudi, i De Gasperi, i Saragat, i La Malfa, i Vanoni, che nella politica del nostro Paese hanno contato molto più di Pertini. Il quale fu certamente un uomo onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perché ne aveva pochissime). Ma le stesse qualità si possono attribuire anche a coloro che ho nominato e che vi aggiungevano quella di una sagacia politica, di cui Pertini fu sempre sprovvisto. Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un “compagno” di tutto affidamento, ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro. Nenni, che gli voleva bene, mi disse una volta: “Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mandò al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era «L’Intrepido». Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella”. Lei mi chiederà come fece un uomo cosiì sprovveduto a diventare Presidente della Repubblica. Lo diventò appunto perché era sprovveduto, e come tale forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero, totalmente in mano ai partiti. Quello che forse nessuno aveva previsto, ma che si rivelò un particolare del tutto innocuo, era il suo demagogismo. Pertini aveva il fiuto del pubblico, e ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Dal video ogni tanto pronunziava terribili requisitorie contro la classe politica, come se lui non vi avesse mai appartenuto, come fece al momento del terremoto dell’Irpinia, quando accusò il parlamento di avere bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticandosi che il Presidente della Camera che li aveva respinti era stato lui. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. I suoi alluvionali discorsi di Capodanno erano autentiche sceneggiate. Ma in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava o non si accorse, o preferì non accorgersi. Comunque, un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Ce lo ricordiamo come un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico, che seppe far credere alla gente di essere un “diverso” dagli uomini politici, mentre invece era sempre stato uno di loro e non aveva mai vissuto d’altro che di politica. Non c’e’ da vergognarsi di avere avuto un Presidente come Pertini. Ma non vedo cosa ci sia da ricordarne…

P.S. Io, invece, Caro Indro mi vergogno e come!

PPS. UNA CITAZIONE AUTENTICA DI PERTINI, APPARSA SU “L’AVANTI” : «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Pertini non ha mai ritrattato, neanche dopo aver saputo degli atroci crimini di Stalin. A voi ogni ulteriore considerazione.

[1] Paolo Granzotto- “Il Giornale”, 16/02/2008